MENSA alla CORTE di MASSA di ALBERICO I CYBO MALASPINA

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NOTERELLE sulla MENSA alla CORTE di MASSA di ALBERICO I CYBO MALASPINA

1 – Periodo considerato

Alberico I Cybo Malaspina divenne Marchese di Massa e Signore di Carrara in virtù di diploma 17 febbraio 1554 di Carlo V Imperatore del Sacro Romano Impero.

Poi, con diploma 23 agosto 1568 ottenne dall’Imperatore Massimiliano II il titolo per sé e per i suoi successori di Principe di Massa e di Marchese di Carrara.

Ebbe due mogli e numerosi figli. Morì a Massa il 18 gennaio 1623 all’età di oltre 90 anni.

Il periodo da noi considerato è pertanto di 69 anni (dal 1554 al 1623).

2 – Luoghi della mensa

Durante il lungo periodo in cui fu a capo degli Stati di Massa e Carrara Alberico I, i luoghi della mensa furono essenzialmente due: 1) l’antica Rocca – già Obertenga – che, posta in Podio Massae – fu grandemente modificata da Alberico I che vi realizzò compiutamente una dimora rinascimentale; 2) il Palazzo posto in Bagnara, in pianura, fatto costruire dallo stesso Alberico al posto di una sua modesta casa.

Tale Palazzo, ampliato dopo Alberico, è l’attuale Palazzo Ducale che prospetta sulla Piazza degli Aranci.

3 – Che cosa si intende per mensa – Cena e non pranzo con la partecipazione solo di nobili

L’epoca aurea dei grandi banchetti cominciò anche in Italia subito dopo l’epidemia di peste nera che spopolò l’Europa intorno al 1350.

Banchetto era sinonimo di mensa, riservata alle persone nobili.

Per mensa della Corte di Alberico I intendiamo qui, infatti, una tavola convenientemente imbandita per convito di più persone di altissimo ed alto ceto.

Il convito avveniva di norma verso la fine del pomeriggio, sulla scia dell’usanza degli antichi Romani. Non era pertanto usuale per la mensa il pranzo meridiano, ma quello più tardo.

La mensa era posta in un’apposita sala e si allestiva in occasioni particolari, come sponsali (promesse solenni di matrimonio), matrimoni, nascite di figli e di nipoti, eventi notevoli, ricorrenze religiose, transito e permanenza di persone di altissimo e alto rango, con la presenza occasionale di poeti ed artisti.

Era costante l’assenza alla mensa del “popolino” se non come spettatore passivo all’esterno su spazi aperti nei quali si consumavano rustiche vivande ed avanzi della mensa nobiliare.

Su spazi aperti si svolgevano anche giochi araldici, in presenza dei Signori e di loro ospiti, come le giostre della quintana, dell’anello e della sbarra.

4 – Forma della tavola per la mensa nella sala del convito

La forma della tavola per il convito (“la mensa”) era “ad U”, come usava presso altre Corti.

Tale forma particolare era necessaria per osservare il protocollo e permetteva di far godere ai commensali, durante le pause del banchetto, spettacoli organizzati in funzione dell’avvenimento festeggiato. A questo proposito non si può dimenticare che Alberico I teneva presso di sé un nano – il decano di camera Battista – che durante e al termine dei conviti rallegrava i presenti con facezie e giochi.

I commensali prendevano posto lungo i lati esterni della tavola “ad U” la cui parte centrale era riservata al Signore e ai suoi familiari. Gli altri partecipanti sedevano, secondo il loro rango via via inferiore lungo i due lati esterni che si protendevano verso la parte mediana della sala.

5 – Servizi di tavola e portate – I vari addetti alla mensa

Vari erano i cibi da consumarsi nel banchetto signorile che si articolava in una serie di servizi e di portate, secondo uno schema ritenuto conveniente.

All’inizio ed alla fine del convito erano di norma previsti servizi freddi. A metà, invece, servizi caldi.

All’interno di ogni servizio erano contenuti svariati piatti di vivande e queste venivano servite su vassoi distribuiti lungo la tavola, le quali costituivano le portate donde attingevano i commensali o che a loro erano distribuite da addetti su scodelle e piatti.

All’organizzazione dei servizi provvedeva lo scalco (termine contratto derivato da siniscalco, poi sescalco) che completava l’opera di un altro operatore, il trinciante. Quest’ultimo, sollevando in verticale lo spiedo o il bastone in cui era infilato l’intero animale arrostito (o parti di questo), aveva il compito di tagliarne via con arte grossi pezzi, mentre lo scalco provvedeva alla più minuta pezzatura ed alla distribuzione dei bocconi nei vassoi.

Tanto lo scalco quanto il trinciante normalmente appartenevano a ceti nobili.

Va aggiunto che il trinciante doveva di regola assaggiare la carne tagliata, per “dar credenza” che fosse tranquillamente mangiabile e non avvelenata: frequente infatti era il mal uso, specialmente nei secoli XV e XVI, di avvelenare vivande nei banchetti per eliminare da questo mondo qualche inviso commensale.

Vi erano altri addetti alla mensa: il coppiere che riempiva le coppe o i bicchieri dei commensali, lo scalco di tinello (addetto al locale in cui mangiavano i servitori), il dispensiere, il bottigliere, il credenziere e un cuoco.

Alberico I era un raffinato intenditore di cibi e vini, ma non un ghiottone: un gourmet ma non un gourmand. Era parco e sobrio; e nei suoi Raccordi(ricordi) deprecò l’eccessivo abbandono alla crapula dei suoi figli Alderano e Ferrante deceduti prima di lui.

6 – Contenuto delle vivande della mensa – I condimenti e i vini

E veniamo a parlare del contenuto della mensa. Era costituito da prodotti del territorio, vegetali e carnei, nonché da uccelli e da pesci.

Era -come si dice ora – una cucina di terra e di mare. Ne ricordiamo i vari componenti.

Verso il termine dell’inverno e verso l’inizio della primavera era inveterata consuetudine raccogliere nei campi erbe selvatiche mangerecce e farne gustose insalate crude. Altrimenti esse si cuocevano facendone contorni o zuppe, frittate o minestre con taglierini o altra pasta di farina di grano.

Altri prodotti spontanei della terra come i funghi erano molto apprezzati.

Erano di norma usati gli ortaggi coltivati negli orti e le erbe aromatiche.

Anche altri cereali quali il farro e l’orzo erano adoperati per far zuppe e minestre (il farro anche per torte). Si usavano inoltre vari legumi come fave, piselli, ceci, lenticchie e altri.

Presso la Corte di Alberico I gli animali allevati come oche, anatre, vari gallinacei, colombi e conigli erano preparati per vari manicaretti a lesso, in umido, arrostiti al forno o allo spiedo.

Vari uccelli acquatici erano apprezzati: il germano, la fòlaga, la gallinella d’acqua, il fischione, la moretta, il gambettone, il tòtano e il beccaccino che vivevano nelle zone paludose, dai “poggi” sino al litorale marino di Massa, e nella pianura acquitrinosa di Avenza di Carrara.

I pesci, sia di mare sia di fiume, erano di uso ordinario.

L’alto Mar Tirreno era allora ricco di pesci pregiati di varie taglie, come gli storioni, i naselli, i pesci San Pietro, i cefali (muggini), le spigole (chiamate ragni), le cernie, le orate, i pagelli, le mormore, i saraghi, le ombrine, le triglie, le ricciòle, i rombi, e razze, le sogliole.

Era frequente l’uso dei calcinelli (telline o arselle) così chiamati perché, dopo cotti, assumono il colore bianco della calce. Graditi erano i “bianchetti” (novellame di acciughe e sardine) e i “rossetti” (novellame delle triglie e neonati della famiglia Alphia minuta dei ghiozzi).

Molto ricercati e apprezzati vari crostacei e molluschi gustosi.

Tra i crostacei vi era l’aragosta che si pescava lungo le coste della Corsica e della Sardegna.

Anche i gamberoni e i gamberi marini erano abbastanza apprezzati.

Tra i pesci di fiume, erano preferite le trote. Alberico I ne era un abile pescatore nel Frigido, davanti alla sua villa della Concia.

Mentre i pesci più grossi pescati in mare erano cotti al forno o in umido o lessati e guarniti di salse verdi (composte di olio e di erbe profumate) bianche o gialle a base di uova; i pesci più piccoli erano gustati fritti e vi si mescolavano alcune verdure come fette di zucchini e di radici dolci coltivate quali le famose “barbe di frate”.

L’olio di oliva era il principale se non esclusivo condimento, in omaggio –come oggi si direbbe – alla dieta mediterranea.

Erano infatti poco usati condimenti animali come il burro, il lardo o lo strutto.

I formaggi erano di varia provenienza: da quelli vaccini, ovini o caprini del territorio ad altri di zone anche lontane, come il cacio messinese e quello della Gallura sarda.

Erano assai apprezzate le ricotte di latte di capra, di pecora e di mucca.

Il pane era quello flagrante e profumato, di ottima farina di grano, lievitata naturalmente.

La frutta era varia e mutava a seconda delle stagioni. Il clima caldo e mite di Massa favoriva la maturazione di dolcissimi frutti, da quelli spontanei e selvatici delle colline e dei monti vicini come le fragoline di bosco, i lamponi, i mirtilli, le more e i corbezzoli agli altri di piante ortive, come le pesche, le pere, le mele, le albicocche, le ciliegie, le melagrane con i semi vermigli, le susine, le prugne, l’uva, i meloni e gli agrumi quali le arance, i cedri e i limoni.

I vini erano quelli bianchi e rossi di produzione locale in particolare quelli delle viti delle colline a monte di Massa e svoltanti verso Carrara, tranne quelli passiti o da messa che provenivano dalla Toscana.

Troviamo infatti menzionati nelle gabelle – già in uso al tempo della dominazione lucchese sino al 1437 e rimaste in vigore nel Rinascimento – il vino nostrato, il greco, il trebbiano, il vin santo, quello corso, il vino dell’Elba, di Castiglione, del Giglio et Albatie.

Amabili rosòli ed esilaranti liquori, in gran parte importati da altre zone, rallegravano la fine dei conviti.

7 – L’addobbo della mensa – Le brocche, i calici, i vassoi le stoviglie e la posateria

Sulla tavola della mensa venivano stese tovaglie di lino ed erano usate salviette di “renza” (lino molto fine che proveniva da Reims).

Le brocche per i vini e l’acqua, i vassoi e i bicchieri erano di varia composizione.

Le stoviglie individuali erano costituite da scodelle e da piatti in metallo e in maiolica.

Le posate erano il cucchiaio, il coltello e anche la forchetta.

Concludendo, possiamo affermare che raffinata e varia era la mensa della Corte di Alberico I. Una mensa che aveva i pregi della schiettezza, della semplicità e della signorilità.

 

 

DANZE RINASCIMENTALI

Musica e i balli rinascimentali.

Nel ‘500 si trovano i nomi di Willaert, Obrecht, Clemens Gabrieli, Lassus, Palestrina…

I balli sono bassa danza, branle, gagliarda, pavana, saltarello…

Per gli strumenti per il violino era l’alba, e il pianoforte non esisteva…

Il ballo rinascimentale viene dalle danze del medioevo e dopo nel ‘600 ci saranno i balli di corte, per esempio, Lully e Luigi XIV.

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